To-do Inbox

Il The New Yorker m’ha copiato. Ok, non m’ha esattamente copiato, ma solo per una questione di dettagli.

Da molto tempo ho preso un’abitudine. Tratto la mia inbox (o posta in arrivo se non vi piacciono gli inglesismi) come una to-do list. Chi mi conosce sa che è inutile dirmi una cosa al telefono e pretendere che la ricordi. Me la posso ricordare, certo, ma il fatto che accada è completamente casuale (o random, se vi piacciono gli inglesismi). E allora la mia frase ricorrente è: mandami un’email, così me lo ricordo senz’altro.

La procedura è banalissima. Una volta impostati una serie di filtri utili alla causa, che spostano automaticamente le newsletter e altre amenità del genere in una cartella secondaria, nella inbox rimangono solo le email che presuppongono un’azione da parte mia. Via via che eseguo un’azione, l’email corrispondente viene spostata nella cartella secondaria.

Insomma ho tutta la posta in un’unica cartella (secondaria), tranne le email che implicano una azione da compiere (nella inbox). E mi trovo ottimamente.

Quale sorpresa quando stamattina mi sono imbattuto in questo articolo di Silvia Killingsworth che usa praticamente lo stesso metodo! Sorpresa… a ben pensare mica tanto sorpresa… se un metodo è valido, è normalissimo che in tanti lo utilizzino, n’est-ce pas? 😉

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